Secondo la leggenda questa montagna aveva in origine una sola cima.
Un giorno un montanaro scese a valle per vendere i suoi formaggi al mercato cittadino. Il guadagno fu cospicuo, così decise di festeggiare la grossa vendita in osteria con un buon quartino di vino.
Bicchiere dopo bicchiere, si fece buio e, con passo incerto, l’uomo s’incamminò lungo il sentiero per rincasare.
Quando la luna tramontò dietro la cima, il sentiero venne inghiottito dalla notte e l’uomo fu costretto a fermarsi in preda alla disperazione.
Il demonio non si fece scappare l’occasione di rimediare una nuova anima, quindi si avvicinò al montanaro e gli offrì il chiaro di luna in cambio della sua anima. Spaventato e ancora brillo, l’uomo accettò e, mentre il demone stilava il contratto, una schiera di diavoletti iniziarono a scavare la porzione di roccia che nascondeva la luna.
Appena il loro lavoro fu completato, il diavolo porse il contratto al malcapitato perché vi apponesse la sua firma. Il poveruomo, però, era analfabeta e si limitò a tracciare una croce. Quando gli occhi del satanasso si posarono sull’odiato simbolo apposto sul documento infernale, dalla sua bocca uscirono alte grida, dandosi alla fuga. Tale segno, infatti, non aveva alcun valore legale nelle profondità degli Inferi.
Il montanaro rimase così solo, con l’anima salva, tra le pendici della montagna che, da quel momento, avrebbe sfoggiato le sue due distinte cime.

Si narra che in tempi lontani al posto del lago ci fossero pascoli folti e verdi, sui quali una povera pastorella, di nome Maddalena, era solita portare da sola il gregge di famiglia, vista la lontananza dei due fratelli. 
Per premiare la sua dedizione al lavoro e la sua generosità, i genitori decisero di lasciarle per testamento quel pezzo di terreno: essi, infatti, erano ormai inabili al lavoro per via dell’età avanzata. I due avidi fratelli, però, ritornati frettolosamente dall’estero, riuscirono a far annullare il testamento davanti ad un giudice e la privarono così di quella piccola distesa d’alta quota. Offesa e ferita dal loro comportamento, la giovane Maddalena ritornò per un’ultima volta su quella terra, protese in avanti la mano e fissando il cielo esclamò “Signore, sia punito chi non ha pietà per i deboli e disprezza la vostra giustizia! Questo luogo non sia mai e poi mai per lui”. La preghiera venne immediatamente esaudita e poco alla volta l’acqua affiorò dal terreno al punto da formare un lago discretamente profondo che, da allora, porta il suo nome.​

“Solo tu sei ben visibile dalla pianura, come un triangolo che si erge d’improvviso lungo il profilo dei monti e si riconosce da molto lontano”- gli aveva detto il vento dell’est molto tempo prima.
“Com’è possibile? So di non essere Il più alto tra i molti giganti di pietra che svettano in questo grande cerchio di montagne”- aveva ribattuto il gigante incredulo.
“Non importa- aveva spiegato con pazienza il vento dell’est, sostenuto da quello del nord che quella volta lo accompagnava- Quei giganti sono imprigionati in mezzo a molte altre montagne e perciò non sono visibili dalla grande pianura. Solo tu, anche se meno degli altri giganti, ti stagli solitario in fondo alla grande pianura.” Per questo, così gli avevano spiegato i due amici dell’aria, gli uomini della pianura lo avevano eletto loro re. Anche se molti erano i giganti delle grandi montagne dell’ovest, solo lui ne era il re: Un re di pietra che regnava non solo sulle montagne circostanti, ma su una pianura ricca e popolosa.

La leggenda del Re di Pietra – Silvia Bonino

Il parco naturale delle Alpi Marittime è un’area naturale protetta: la più grande del Piemonte!
L’area copre, infatti, una superficie di 28.455 ettari. Confina per 35 km con il Parco nazionale del Mercantour (Francia), famoso per le iscrizioni rupestri risalenti all’età del Bronzo nella Valle delle Meraviglie
Il parco naturale delle Alpi Marittime è stato costituito nel 1995 con la fusione di due parchi preesistenti: Parco naturale dell’Argentera, istituito nel 1980 e la Riserva del Bosco e dei Laghi di Palanfré nata nel 1979. Esso si sviluppa su tre valli (Valle Gesso, Vermenagna e Stura) e cinque comuni (Aisone, Entracque, Valdieri, Roaschia e Vernante).
Il torrente Gesso percorre la maggior parte di questa aerea.
In quest’area sono presenti numerose mulattiere che vennero costruite per volere del re Vittorio Emanuele II di Savoia, il quale era solito fare le sue battute di caccia proprio in queste zone. Esso, infatti, aveva la sua dimora presso quello che oggi è il rifugio Valasco, nella piana omonima, a pochi passi dalle Terme di Valdieri.
Molte sono anche le strade militari, create per collegare il fondo valle con i bunker e le fortificazioni. Quest’ultimi furono costruiti per controllare il confine con la Francia durante le guerre.
Il massiccio che caratterizza questo grande parco è quello dell’Argentera: un gigantesco insieme di banchi di rocce molto verticali, che occupa tutta l’alta Valle Gesso e parte della Valle Stura.
Si possono contare più di venti cime che supera in 3000 m s.l.m.!
Il parco è abitato da diversi animali (camosci, stambecchi, marmotte, lupi,…), ma anche da anfibi, rettili, pesci e uccelli che rendono questo luogo interessante e variopinto.
Questo parco è ideale per chi vuole fare escursioni e immergersi nella natura. Ci sono percorsi di diverse difficoltà, adatti a tutti: ci si può davvero sbizzarrire! Potrete scegliere di stendere una coperta e rilassarvi in riva ad un lago alpino (ce ne sono più di 80!), raggiungere una cima o arrampicare.
Che dire? Ne rimarrete sicuramente incantati!

La leggenda vuole che i cuneesi al rhum siano nati per caso in una piccola pasticceria di Dronero per mano di Pietro Galletti all’inizio del Novecento. Egli infatti voleva creare un piccolo dolce al liquore, combinando la crema pasticcera, il cioccolato e il rhum. Fece così tanta crema pasticcera, da non saper più come impiegarla. Fu così che gli venne l’idea di creare delle piccole meringhe al cioccolato ripiene di crema pasticcera e rhum. Lasciò riposare il tutto per una notte e la mattina seguente scoprì l’esito di questo esperimento: le meringhe si erano imbevute completamente di liquore, perdendo così la loro croccantezza. Deluso, decise di non buttarle via, ma bensì di ricoprirle di cioccolato per renderle più invitanti e gustose.
Provò a fare assaggiare quelle meringhe ricoperte di cioccolato ai suoi amici. Man mano sempre più persone iniziarono ad apprezzare questo “errore”, rendendolo famoso, tant’è che le sue meringhe arrivarono anche a Cuneo, che le volle come dolce principale, dando loro il nome di “Cuneesi al Rhum”.
Il primo a brevettare e a rendere celebre in tutto il mondo questo prodotto dolciario fu Andrea Arione. Nel 1954 Ernest Hemingway volle fermarsi presso la pasticceria Arione per assaggiare e acquistare i prelibati cuneesi.
Questo dolce oggi non è più come all’inizio del XX secolo. Esso, infatti, è diventato un vero e proprio cioccolatino con all’interno due cialde di meringa appiattita che lasciano più spazio alla crema, proprio secondo la ricetta del signor Arione.

Nei mesi scorsi la neve è scesa copiosa a Cuneo e per scaldarci e scaldarvi un po’, abbiamo deciso di proporvi la ricetta di un dolce tipico del periodo natalizio e invernale in Piemonte: stiamo parlando dello Sanbajon (in italiano Zabaione/Zabaglione).
Lo Zabaglione è stato portato all’inizio del XVI secolo a Torino da Fra Pasquale de’ Baylon, un monaco originario della Spagna. Questa crema all’uovo era considerata un buon rimedio per curare i piccoli malanni, ma anche il viagra del ‘500, in grado di rinvigorire qualsiasi torpore. Nel 1680 Fra Pasquale venne proclamato santo e prese il nome di San Baylon, protettore dei cuochi e dei pasticceri.
La ricetta originaria prevedeva un tuorlo d’uovo, due cucchiaini di zucchero, due mezzi gusci abbondanti di marsala e un mezzo guscio d’acqua. Di seguito vi proponiamo una delle rivisitazioni della ricetta originale:

Sanbajon (Zabaione) 
• 4 tuorli d’uova
• 4 cucchiaini di zucchero
• 4 gusci di marsala secco o vino Moscato D’Asti

Preparazione:
1) mettere i tuorli in una ciotola, unire lo zucchero e con una frusta montare a lungo il composto fino a quando non risulterà ben gonfio e soffice.
2) Aggiungere i gusci d’uovo pieni di marsala alle uova, continuando a mescolare molto delicatamente. Portare a leggero bollore dell’acqua in un recipiente che contenga un secondo tegamino con il composto dello zabaione e cuocerlo a bagnomaria continuando a lavorarlo con la frusta.
3) Quando lo zabaione incomincerà ad addensarsi, versarlo in coppette . Servirlo con la torta di nocciole senza farina o con le paste di meliga.

Buon appetito! 🙂

Cittadini di Cuneo, Italiani,
la notizia che da tanto tempo attendevamo è giunta. Mussolini è stato deposto o, come dice l’eufemistico comunicato di Sua Maestà il Re, ha rassegnato le dimissioni. Da giorni aspettavamo qualcosa del genere. La situazione militare e sociale dell’Italia si era fatta insostenibile. Dove non si muore per armi, si rischia di morire di fame. Manca il pane, manca l’indispensabile per vivere. Siamo arrivati a questo punto per una guerra assurda imposta al paese da una dittatura che ha distrutto non solo la vita pubblica della nostra patria, ma anche la sua dignità e il suo onore.
[…]
Ma non lasciamoci prendere dall’entusiasmo ingenuo. La deposizione di Mussolini non riporta indietro le lancette della storia, come se vent’anni di regime non fossero mai esistiti e l’Italia potesse riavere di colpo libertà, pace e benessere.
[…]
E allora, se crediamo nel destino e nel senso della storia dell’Italia, noi ribattiamo che, sì, la guerra continua, ma fino alla cacciata dell’ultimo tedesco, fino alla scomparsa delle ultime vestigia del regime fascista, fino alla vittoria del popolo italiano che si ribella contro la tirannia mussoliniana.
[…]
Sarà una guerra popolare e nazionale; dunque, combattuta volontariamente dal popolo preparato e guidato da chi è consapevole della gravità del momento storico. Una guerra che esige, accetta ed anzi cerca, il sacrificio non mai è sterile, mai. Soltanto essa, tramontate le menzogne e le illusioni del regime, può creare i nuovi valori morali di cui l’Italia ha bisogno. Soltanto essa può garantire all’Italia quella vera pace a cui aneliamo, contribuendo alla costruzione di un nuovo ordine europeo democratico e confederale.
[…]
Chiediamo giustizia, non vendetta.
Dodici ore fa, dopo vent’anni di oppressione, abbiamo riconquistato la libertà. Non vogliamo separarcene mai più.
W l’Italia, W la libertà


Tancredi “Duccio” Galimberti

 

Qui sopra sono riportati estratti del discorso di Duccio Galimberti, che tenne il 26 luglio 1943 dal suo balcone in piazza Vittorio Emanuele II (l’attuale piazza Galimberti).
Egli voleva incitare la popolazione a ribellarsi alla dittatura e all’invasione nazista, che avvenne il 12 settembre 1943. Molti uomini salirono in montagna per aggregarsi ai gruppi partigiani e aderirono alle lotte contro l’invasore tedesco. Anche le donne, “le staffette”, 
furono fondamentali per la riuscita della lotta alla liberazione: si occupavano della trasmissione di informazioni, ordini, beni di prima necessità, armi e medicine.
Non mancarono però le punizioni dei nazifascisti, specie dopo la mancata risposta al richiamo alle armi da parte della Repubblica Sociale nel 1944. Molti cuneesi, infatti, preferirono unirsi alle truppe partigiane che schierarsi allo “Stato fantoccio”.  Tutte le vallate cuneesi furono colpite da rastrellamenti, eccidi e rappresaglie, causando la morte di molti civili e combattenti.
Il 25 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale proclamò l’insurrezione, ma la città venne liberata solo il 29 aprile, dopo due giorni di lotte tra le vie cittadine. Duranti gli scontri alcuni civili morirono sotto il fuoco dei cecchini nemici.
Il 6 maggio 1945 i partigiani sfilarono vittoriosi per le strade della città. Cuneo era finalmente libera.

L’orso di segale è la maschera tipica del carnevale di Valdieri. Questa tradizione è stata riportata in vita recentemente, ma risale a prima del ventennio fascista, quando nel 1931, venne messa al bando come molte altre maschere carnevalesche.
La tradizione vuole che la mattina gli abitanti di Valdieri vadano sotto i portici del municipio con pentole a prendere gli gnocchi da mangiare in famiglia. Per chi non è del paese, invece, avrà la possibilità di avere una porzione da consumare sul posto.
Durante il pomeriggio, in piazza, i suonatori di musica occitana con ghironde e semitoun (organetti) allieteranno il carnevale, quando d’improvviso farà la sua comparsa l’Orso che si aggirerà facendo dispetti ai passanti e ai bambini, emettendo ruggiti e fuggendo da frati esorcisti e dai domatori.
L’Orso si calmerà solamente dopo aver danzato con la bella Quaresima e, ormai in scacco, verrà catturato. Il tutto si concluderà col falò del cicho, un fantoccio di paglia di segale che sancisce del tutto la fine dell’inverno.
Di seguito trovate il racconto di come si svolgeva questa festa nel periodo postbellico, raccontata direttamente da Bernardino Piacenza “Din del Papa”, colui che riportò in vita la tradizione e che per anni impersonò l’Orso di Segale.

Le vallate cuneesi non sono solo un luogo per far sport o per soddisfare il palato e la voglia di natura, ma anche un set cinematografico. Sempre più spesso vengono girati film che raccontano pezzi di vita di una vallata come ne “il vento fa il suo giro”(2005).

Il regista di questa pellicola cinematografica è Giorgio Diritti e lo sceneggiatore Fredo Valla. Racconta una storia realmente accaduta a Ostana, in valle Po. Nel film il tutto è ambientato in Valle Maira nella borgata di Ussolo, una frazione di Prazzo, chiamato Chersogno, riprendendo il nome del monte Chersogno. Il titolo, invece, riprende un proverbio occitano: “Le cose sono come il vento, prima o poi ritornano”

La pellicola ci racconta appunto di una piccola borgata alpina dell’Alta Val Maira, Chersogno, dove vivono soprattutto anziani durante la stagione fredda, che diventa un luogo di villeggiatura durante quella calda. Un giorno arriva Philippe, un uomo di origine francese. Egli è un ex professore che ha scelto di lasciare il suo lavoro per andare a vivere in montagna e produrre formaggio di capra, ricavandolo dal latte del suo gregge. Si trasferisce con la sua famiglia: essi sono scappati dal proprio paese, per via della costruzione di una centrale nucleare in prossimità dei prati in cui lasciavano pascolare i loro animali. Subito vengono accolti con dei festeggiamenti, il discorso del sindaco e un rinfresco. Col passare del tempo, però, la gente del posto inizia a non più sopportare questi “forestieri”, i quali non rispettano le loro tradizioni e hanno costumi diversi dai loro. Li accusano di invadere i loro terreni con le capre e di infettarli con le carcasse dei loro animali morti. Arriveranno anche a mandare l’ASL a controllare i locali in cui mettono a stagionare i formaggi e dove li producono. La convivenza diventa sempre più ostile, finché Philippe con la moglie e i tre figli decidono di partire e lasciare definitivamente quel paese, lasciando la sua gente nuovamente alla loro mentalità chiusa, poco incline allo scambio di valori, che precluderà di conseguenza uno sviluppo umano.
Vediamo descritte due diverse vite: quella di coloro che ricercano le sensazioni primordiali dell’esistenza ritornando alla vita da pastori e facendo di tutto per costruirsi un nuovo futuro e quella di chi vive ormai nella rassegnazione e non ha più la spinta al cambiamento, diventando così un ostacolo.
Un film che fotografa perfettamente lo stato di abbandono di molte borgate alpine del cuneese e che racconta anche la gelosia di chi vive lì nei confronti di ciò che rimane. L’immagine che viene data in questo film è in parte vera, ma non lasciatevi ingannare: qui la gente è anche molto accogliente e ospitale. Provare per credere!

 

Eccovi il trailer: https://youtu.be/zVAF0A0_i2U

 

La fortificazione si trova in Valle Stura, più precisamente a Vinadio. È stata voluta nell’Ottocento da Carlo Alberto di Savoia, dopo l’abbattimento del forte di Demonte. Egli infatti, voleva sbarrare l’accesso alla pianura dal colle della Maddalena. I lavori durarono dal 1834 al 1847 con un’interruzione di 2 anni. Nella costruzione furono impiegate circa 4000 persone, che non provenivano solo dalla provincia cuneese, ma anche dal biellese e dal bergamasco. La sua lunghezza in linea d’aria è di 1200 metri, ma il percorso che si sviluppa su tre livelli (Fronte Superiore, Fronte d’Attacco e Fronte Inferiore), è di circa 10 km.
Durante la seconda guerra mondiale gli Angloamericani lo bombardarono (tuttora si possono vedere ancora delle tracce), siccome era occupata da alcune truppe tedesche che, scappando, fecero esplodere alcuni locali adibiti a polveriere. Nel dopoguerra questa fortificazione venne abbandonata e dopo anni venne ripresa e in parte ristrutturata. Ora è luogo di un museo, di manifestazioni ed eventi. Nel periodo invernale è attiva una pista di pattinaggio e durante il periodo natalizio ha luogo un suggestivo mercatino di natale, imperdibile per chi si trova in zona.