È giunta l’ora di prendere lo zaino ed incamminarsi lungo i sentieri della Valle Stura per raggiungere le fortificazioni dei Becchi Rossi.

Partiremo da qui, dall’incantevole Ferrere, una piccola borgata nel comune di Argentera a 1900m circa sul livello del mare. La caratteristica di questa piccola frazione è la disposizione delle case, poste a gradino per sfruttare al meglio la luce del sole.

Il suo nome può richiamare alla mente due derivazioni: la prima legata ai minerali ferrosi e la seconda di derivazione latina da “ferus”, ovvero feroce, per via del luogo impervio in cui è ubicata.

In origine i tetti delle case erano fatti di paglia o di legno. Attualmente molte abitazioni hanno delle copertura in lamiera.

È giunta l’ora di incamminarci e di lasciarci Ferrere alle spalle, avremo modo di godercela e di scoprirla al nostro rientro.

Incamminiamoci!

Pochi passi ancora lungo il sentiero che si inerpica su per il bosco e poi saremo arrivati alla nostra destinazione. Possiamo già intravedere laggiù in basso il nostro punto di partenza e la valle circostante.

Eccoci arrivati ai Becchi Rossi!

Vi sembrerà un luogo come gli altri, ma nelle sue viscere nasconde un luogo che potremmo definire parallelo. Eh sì perché sotto ai vostri piedi ci sono cunicoli, sale immense e buie, luoghi adibiti a depositi. Che ne dite, entriamo?

Queste fortificazioni vennero costruite tra il 1924 e il 1925 e appartengono al Vallo Alpino del Littorio. Erano la linea di difesa del Regno d’Italia, siccome posizionate al confine con la Francia e più precisamente a pochi passi dal valico del Colle della Maddalena.

Esistono diversi tipi di fortificazioni in questa area; c’è l’Opera 14 che è una batteria “sempre pronta” armata con quattro obici (una via di mezzo tra cannone e mortaio) da 100/17, quella in cui ci stiamo addentrando.

Sul versante che si percorre partendo da Murenz. Si possono trovare i Centri di Resistenza 10, 11, 12 e 14 che ospitavano mitragliatrici e depositi. Queste ultime vennero create successivamente all’Opera 14.

 

Adesso però è giunta l’ora di uscire e di riprendere una boccata d’aria fresca per goderci il panorama da quassù.

 

Non ci resta che tornare a Ferrere per scoprire le ultime curiosità di questi luoghi ricchi di storia.

Rieccoci qui, da dove tutto è iniziato!

Come ultima cosa vorrei farvi visitare un ultimo luogo “la Mizoun del Countrabandier”, ovvero “la casa del contrabbandiere” in occitano. Vi chiederete: perché proprio del contrabbandiere?   Perché questo era il punto cardine per i contrabbandieri, che generalmente erano gli abitanti di Ferrere e dell’alta valle. Essi praticavano questa attività fuorilegge per integrare le entrate durante il periodo invernale. Da qui, infatti, riuscivano a raggiungere la Francia attraverso il Colle del Ferro o del Puriac per andare a vendere o barattare cibo, tabacco, sale e pelli.

Questa storia la si può trovare nella casa che andremo a visitare, attraverso gli utensili, i vestiti e tutti gli attrezzi che all’epoca facevano parte della vita quotidiana locale.

Anche questa giornata è volta al termine; non mi resta che salutarvi: alla prossima!

Caro lettore,

Benvenuto nelle Terre Occitane!

Sì, ora ti starai chiedendo dove sono queste vallate e perché occitane, ma non ti preoccupare, ti accompagnerò alla scoperta di questo angolino della nostra bella Italia e ti chiarirò tutte le idee.

Queste valli sono un po’ nascoste tra le Alpi piemontesi, ma si sa, è proprio nei luoghi più remoti che si nascondono le grandi bellezze.

Le vallate occitane si trovano in provincia di Cuneo, dalla valle Po all’alta valle Tanaro. In realtà le terre occitane si sviluppano dal cuneese fino ai Pirenei, comprendendo tutto il Midi francese, a cui vanno poi aggiunte alcune valli torinesi ( Chisone, Susa, Germanasca, Pellice), Olivetta San Michele e Guardia Piemontese.

Noi percorreremo passo dopo passo le valli occitane cuneesi. Qui si parla ancora la lingua d’oc, occitana, quella utilizzata dai trovatori per cantar l’amor cortese: una lingua affascinante, impregnata di storia e di valori.

Non fatevi scoraggiare dal viaggio per raggiungere Cuneo o Saluzzo, perché ne varrà davvero la pena. Arrivando vedrai aprirsi davanti a te un anfiteatro fatto di montagne che toccano e spesso superano i 3000 metri. In quel momento inizierai ad assaporare ciò che queste valli possono darti.

“Le montagne sono le grandi cattedrali della terra”, disse John Ruskin ed è la sensazione che proverai quando ci troveremo in alta montagna davanti al maestoso massiccio dell’Argentera o di fronte al nostro Re di Pietra, il Monviso.

È giunta l’ora di mettersi in cammino a passo lento e costante, ma prima facciamo lo zaino: vestiti confortevoli, crema solare, scarpe comode, una borraccia  e la macchina fotografica. Non serve altro, il resto lo troveremo lungo il cammino.

Partiamo!

Secondo la leggenda questa montagna aveva in origine una sola cima.
Un giorno un montanaro scese a valle per vendere i suoi formaggi al mercato cittadino. Il guadagno fu cospicuo, così decise di festeggiare la grossa vendita in osteria con un buon quartino di vino.
Bicchiere dopo bicchiere, si fece buio e, con passo incerto, l’uomo s’incamminò lungo il sentiero per rincasare.
Quando la luna tramontò dietro la cima, il sentiero venne inghiottito dalla notte e l’uomo fu costretto a fermarsi in preda alla disperazione.
Il demonio non si fece scappare l’occasione di rimediare una nuova anima, quindi si avvicinò al montanaro e gli offrì il chiaro di luna in cambio della sua anima. Spaventato e ancora brillo, l’uomo accettò e, mentre il demone stilava il contratto, una schiera di diavoletti iniziarono a scavare la porzione di roccia che nascondeva la luna.
Appena il loro lavoro fu completato, il diavolo porse il contratto al malcapitato perché vi apponesse la sua firma. Il poveruomo, però, era analfabeta e si limitò a tracciare una croce. Quando gli occhi del satanasso si posarono sull’odiato simbolo apposto sul documento infernale, dalla sua bocca uscirono alte grida, dandosi alla fuga. Tale segno, infatti, non aveva alcun valore legale nelle profondità degli Inferi.
Il montanaro rimase così solo, con l’anima salva, tra le pendici della montagna che, da quel momento, avrebbe sfoggiato le sue due distinte cime.

L’orso di segale è la maschera tipica del carnevale di Valdieri. Questa tradizione è stata riportata in vita recentemente, ma risale a prima del ventennio fascista, quando nel 1931, venne messa al bando come molte altre maschere carnevalesche.
La tradizione vuole che la mattina gli abitanti di Valdieri vadano sotto i portici del municipio con pentole a prendere gli gnocchi da mangiare in famiglia. Per chi non è del paese, invece, avrà la possibilità di avere una porzione da consumare sul posto.
Durante il pomeriggio, in piazza, i suonatori di musica occitana con ghironde e semitoun (organetti) allieteranno il carnevale, quando d’improvviso farà la sua comparsa l’Orso che si aggirerà facendo dispetti ai passanti e ai bambini, emettendo ruggiti e fuggendo da frati esorcisti e dai domatori.
L’Orso si calmerà solamente dopo aver danzato con la bella Quaresima e, ormai in scacco, verrà catturato. Il tutto si concluderà col falò del cicho, un fantoccio di paglia di segale che sancisce del tutto la fine dell’inverno.
Di seguito trovate il racconto di come si svolgeva questa festa nel periodo postbellico, raccontata direttamente da Bernardino Piacenza “Din del Papa”, colui che riportò in vita la tradizione e che per anni impersonò l’Orso di Segale.